Come promesso voglio proseguire il dibattito sulla città per creare un pensiero comune, che non necessariamente deve essere concorde, ma anche se contrario è bene che parte da una riflessione, perché non ci può essere cambiamento senza “pensiero”. Nel precedente articolo ho parlato di “motivazione” al cambiamento e del “diritto alla città”; con questo articolo faccio apparentemente un passo indietro, parlo di casa, ma non lo è, perché credo che per capire bene l’importanza dello spazio comune, bisogna per contrasto riflettere su quello privato, e di conseguenza riflettere su quella “casa comune” che è la città dove si vive. 

la casa: ombelico della nostra anima

Il luogo che si può pregiare per eccellenza di questa definizione è la propria casa. Questa rappresenta il centro del nostro mondo fisico, ma soprattutto affettivo, rappresenta l’inviolabilità della nostra privacy e lo scrigno dei nostri ricordi, l’ancora della nostra anima. Perdere la propria casa in maniera traumatica: terremoto, inondazione, guerra, è uguale alla perdita di una persona cara; è uno strappo nell’anima che non si può ricucire. Credo che questa perdita, quando avviene per ragioni di guerra e di rappresaglia vada condannata come crimine verso l’umanità. Chi organizza la distruzione delle case “nemiche” sa che se uccide un uomo aleggerà per sempre in quel luogo la sua anima” e forse rischia di farne un martire, ma se distrugge la sua casa lascerà un uomo senza anima. Non c’è infamia maggiore di chi distrugge la casa di un altro essere umano. Personalmente provo lo stesso dolore alla vista di un bambino o un anziano che piange inerme davanti alle macerie della propria casa, di quella di una madre disperata alla perdita di un figlio.

Nella casa è molto facile individuare le caratteristiche che ne fanno un “luogo”: identità, relazione e storia. La casa rappresenta noi stessi più di un vestito che possiamo cambiare anche più volte al giorno. Nella casa ogni oggetto, ogni quadro, ogni mobile, ogni colore delle pareti parla di noi; belli o brutti, dozzinali o di pregio che siano rappresentano quello che abbiamo dentro e che non sappiamo o non è possibile esprimere a parole. Nella casa scriviamo giorno per giorno la nostra storia e appuntiamo ricordi che non vogliamo perdere. Così per chi ha la fortuna/sfortuna di vivere nella casa in cui è nato, perderla traumaticamente vuol dire essere strappati dal porto in cui si era ancorati da sempre e venire improvvisamente gettati in mezzo all’oceano. Una bella storia che può far capire meglio tutto questo è il romanzo “900” di Alessandro Baricco e la sua trasposizione cinematografica “La leggenda del pianista sull’oceano” di Giuseppe Tornatore.

Però se la casa è l’ombelico della nostra anima allora se usciamo dalla casa ci porteremo dietro, per forza di cose, un cordone ombelicale. Questo cordone emozionale a differenza di quello fisico non si può tagliare; si può assottigliare perché abbiamo “gettato l’ancora anche in altri porti”, ma tagliare completamente mai; ha una lunghezza infinita e pertanto non è misurabile. Se lo sono portato appresso molti emigranti anche oltre oceano e addirittura lo hanno trasmesso alle generazioni successive.

Il cortile: filtro spazio-temporale dell’infanzia

Uno spazio di pertinenza con forti valori come quelli sopra descritti li possiamo trovare in città (sempre più raramente a dire il vero) nei cortili. Abbiamo definito la casa: “ombelico della nostra anima e cordone che non si può tagliare”; ecco un bell’esempio per approfondire i valori di uno spazio molto importante soprattutto nell’infanzia che fa da filtro fra la casa e la strada. Talmente importante dal mio punto di vista di architetto da non farmi definire veramente “casa” la costruzione che non possieda un patio o un’estensione di “pertinenza” come nei paesi di impianto medievali,  o appunto un cortile quando trattasi di appartamenti. Fossi un legislatore imporrei l’obbligo del cortile in ogni costruzione di abitazione se addirittura non lo inserirei nella Costituzione laddove si dichiara di proteggere l’infanzia. Sì, è soprattutto per l’infanzia che questo luogo assume un’importanza fondamentale. Come Piaget ci spiega che il neonato non percepisce lo spazio come fattore tridimensionale presente anche quando non sia visibile, e così un oggetto che scompare dalla sua vista non esiste più, anche il portarsi appresso quel cordone ombelicale dell’emozione non è un qualcosa di innato ma un apprendimento progressivo. Allora uscire da casa autonomamente, senza la mamma o il papà, è una necessità voluta dalla vita per incontrare gli amici per giocare all’aperto per diventare persone, ma sarebbe traumatico essere catapultati da un giorno all’altro in strada ed essere lasciati soli; il cortile invece fa da filtro spazio-temporale e permette al bambino di essere autonomo e nello stesso tempo controllato e controllore della presenza della casa e dei suoi affetti. Se il neonato piange quando scompare dalla sua vista il giocattolo, il bambino piange se perde la strada di casa, quando cioè escono dalla sua vista i genitori o la casa. Nel cortile si gioca (condomini permettendo) tenendo d’occhio la finestra, aspettando che la mamma chiami e tornando ogni tanto in casa con la scusa di un bicchiere d’acqua, non solo perché si ha sete ma perché in realtà si sente il bisogno di ricaricare le proprie batterie affettive.

Trasformare i cortili in parcheggi o riempirli di stupidi ed egoistici divieti è pertanto una violenza verso l’infanzia, è un impedimento alla crescita armoniosa e ad un equilibrato inserimento sociale.  A settembre 2012 il Consiglio comunale di Milano, modificando il regolamento di Polizia Urbana ha riaperto i cortili ai giochi dei bambini, cancellando quei divieti risalenti agli anni ’30 che impedivano il gioco del pallone e non solo, chiaramente nel rispetto delle fasce orarie di quiete stabilite dai regolamenti condominiali. Chissà se anche la nostra città potrà arrivare ad un rispetto dell’infanzia altrettanto ampio?

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