Vorrei aprire con questo articolo, un dibattito sulla città, perché credo fermamente che quando i cittadini decidono, come nel nostro caso di intervenire direttamente nella “costruzione” del luogo dove vivere e far vivere i propri figli, sia necessario condividerne il più possibile le valenze: estetiche, culturali, relazionali, simboliche, storiche, sociale, ecc. Ma alla base di questo grande percorso c’è, a mio avviso, la motivazione, senza la quale non è possibile percorrere senza fatica, nemmeno una stradina di campagna. 

La motivazione è l’elemento cardine di ogni azione umana. L’uomo non fa nulla in più di quello che gli è strettamente necessario per la sua sopravvivenza, a meno che non sia motivato dalla speranza di un miglioramento che a sua volta gli faciliti la vita. Più soldi per lavorare meno, un’auto potente per andare più veloce, abiti più belli per apparire al meglio, ma anche se usiamo il denaro per fare beneficenza ne avremo di ritorno più gratificazione. Ogni sforzo fatto per realizzare un’innovazione tecnologica è stato fatto ed è fatto per faticare meno (motivazione per l’acquisto) e per guadagnare di più (motivazione dell’inventore e del costruttore). Così se le città hanno subìto il degrado che è sotto gli occhi di  tutti è perché ad un certo punto storicamente è decaduta la motivazione per la quale era conveniente al potere politico, dall’imperatore romano fino alla dittatura fascista: dare esternazione della forza, della ricchezza, dell’ideologia, attraverso l”abbellimento” della città. L’unico potere che non ha mai smesso di produrre qualità estetica è quello religioso, perché non è mai variata la sua motivazione.

Dal secondo dopoguerra e con l’avvento della democrazia indiretta o rappresentativa, si acuisce in Italia il degrado urbano e il saccheggio del territorio, perché il sistema non riesce a rappresentare le vere esigenze dei cittadini, cioè a trasferire quelle motivazioni rappresentative del Potere al “Popolo sovrano”. Con la caduta della monarchia e del fascismo, si getta a fiume “il bambino e l’acqua sporca”; si getta la dittatura ed insieme l’orgoglio nazionale e quel già scarso spirito di appartenenza; si getta la povertà e il sottosviluppo industriale, ed insieme il rispetto per la natura e la sapienza della vita contadina; si getta la carenza abitativa, ed insieme l’equilibrata convivenza con il bello millenario delle nostre città; si getta l’ignoranza e l’analfabetismo, ed insieme la capacità comunicativa e relazionale.

Pertanto ancora oggi, il cittadino italiano è incapace, per mancanza di coscienza e motivazione,  di chiedere e pretendere una città a misura d’uomo, accessibile a tutti e qualitativamente migliore, nonostante si facciano in continuazione leggi per garantire questo.

Il diritto alla città

Se alcuni diritti, come per esempio quelli alla mobilità o all’accessibilità li potremmo ottenere, per accelerare i tempi e per assurdo, sanzionando e rimuovendo sindaci e dirigenti che non applicano le leggi vigenti, tutori dell’ordine e magistrati che non rilevano le infrazioni, o multando pesantemente più della metà dei cittadini italiani che non rispettano il codice della strada, nessuno però ci potrà mai garantire la “qualità”, intendendo per questa tutto ciò che fa di uno spazio pubblico un luogo, un posto che permetta l’incontro, la socializzazione, la sosta, il riposo, la visita, il confronto, la passeggiata, l’introspezione, il momento ludico, ecc. in una situazione di controllo dello spazio circostante senza stress e disagio alcuno, dove il fruitore si identifichi con i valori espressi dal luogo e ne percepisca la sedimentazione storica e sociale.

Ed ecco allora la necessità della conoscenza di alcune nozioni teoriche per fare propri i valori qualitativi dello spazio pubblico. Iniziamo col fissare alcuni semplici concetti di base:

  • le attività umane si qualificano attraverso il livello delle relazioni che possono scambiarsi fra i vari soggetti: genitore-figlio, bambino-adulto, bambino-bambino, adolescente-adolescente, uomo-donna, ecc. Qualsiasi relazione umana, interpersonale o di gruppo (ma anche individuale, che possiamo definire “relazione introspettiva”) avviene in spazi pubblici o privati che non solo fanno da palcoscenico al teatro della vita, ma svolgono un importante ruolo di “ancoraggio” psicologico  (come avviene nella casa o nei cortili. Concetto che mi prometto di sviluppare nei prossimi articoli).   Naturalmente non tutti i luoghi sono uguali e addirittura non tutti gli spazi possono definirsi “luoghi”. Per questo è importante capire come e cosa qualifica uno spazio urbano perché a sua volta qualifichi le relazioni umane che vi si svolgono.
  • La qualità dello spazio urbano è quindi data dalla capacità del luogo di permettere e facilitare le relazioni umane. Perchè questo avvenga non è certo dato dal collocamento di un bell’arredo; un aeroporto internazionale è spesso arredato con elementi di alto design, ma, anche a detta dell’antropologo Marc Augè, non lo si può definire un luogo, anzi è sicuramente un “non luogo”. Lo spazio “relazionale” deve infatti prima di tutto possedere dei requisiti che vanno oltre la fisicità degli elementi che lo compongono, deve possedere un’anima – cioè un impalpabile ma presente mondo “interiore”. Come la persona che non è fatta dal solo corpo fisico, che se pur bello e proporzionato, non è sufficiente a garantirne una personalità altrettanto bella, così uno spazio urbano per definirsi luogo deve rivelare la sua “anima”, che gli antichi configuravano nel “genius loci”.
  • Altro elemento indispensabile per una “urbanistica relazionale” è quello del collegamento fra i vari luoghi. Non basta infatti rendere pedonale una piazza per sostenere di aver realizzato uno spazio qualificato. Al massimo questa la possiamo definire “Isola” nel senso negativo del termine: isola come isolamento, dal resto della città, dal resto delle migliaia di occasioni di relazioni umane, isola come riserva protetta. E’ indispensabile allora per non cadere in questi errori che hanno permesso lo svuotamento sociale di intere città, imparare a costruire percorsi altrettanto qualificati che mettono in collegamento luoghi e domini che nell’insieme formano la città a misura d’uomo.

 

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La motivazione è la spinta di ogni miglioramento, 5.0 out of 5 based on 5 ratings
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9 Responses to La motivazione è la spinta di ogni miglioramento

  1. Raffaele scrive:

    Molto interessante e giusto. C’è solo un “piccolo” problema, è certo che oltre la metà degli abitanti di Pomezia avrebbero difficoltà a capire cosa questo post dice e i concetti che esprime 🙁 Questo anche a causa di ciò che viene denunciato nell’articolo.

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    • Grazie Raffaele per il tuo commento, e mi incuriosisce capire meglio dove credi che molti avrebbero difficoltà a comprendere i concetti che esprimo. Forse ti riferisci alla seconda parte “il diritto alla città”. Se è così (e hai perfettamente ragione) in parte per il linguaggio tecnico e in parte perché ho estrapolato questa riflessione da un libro che sto scrivendo e quindi manca l’introduzione al problema. Grazie ancora.

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  2. Giuseppe Raspa scrive:

    Quando ho conosciuto Paolo, non riuscivo a capire come facesse ad esprimere pareri così lucidi circa i diritti dei bambini od in generale dell’utenza debole. Un bel giorno ho capito. Lui non deve sforzarsi di capire cosa serve ai bambini. Lui ragiona come fosse un bambino! E questo è un pregio che in pochi, pochissimi hanno.

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    • Grazie, Giuseppe, spero sia un complimento 🙂 🙂 perché è la stessa cosa che dice Juana quando si bisticcia: “ragioni come un ragazzino!”. Chissà se anche per Juana è un complimento? Scherzi a parte, questi complimenti mi sostengono andare avanti e pertanto fra poco vi beccate anche il seguito.

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  3. RUGGERO scrive:

    Con piacere scopro chi affronta gli argomenti dalla parte dei fruitori dei beni e servizi e non dalla parte dei fornitori. Letto l’articolo ho immaginato di vedere in azione un gruppo formato da un neonato in carrozzina, un bambino nel passeggino, una coppia di adolescenti, una coppia di sposi, un paio di single, una coppia di anziani, un portatore di handicap in carrozzella, undici persone accompagnate da un “cittadino impegnato” che percorre le vie delle diverse zone cittadine prendendo nota dei problemi insuperabili e di quelli superabili provando a immaginare senza limitazioni cosa si potrebbe fare per trasformare una grigia e ostile realtà in un miniparadiso terrestre (abbattere palazzi, eliminare totalmente ogni barriera, aprire paesaggi, creare giardini, sostituire le auto, confinate in appositi spazi protetti, con servizi navetta, ecc.). Sogni? Ma i sogni condivisi diventano facilmente realtà. Aspetto con interesse i seguito.

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    • Grazie Ruggero, le tue parole mi onorano e mi incoraggiano per questo non posso esimermi di proseguire il mio dibattito con i cittadini, aperto con questo primo articolo, nell’obiettivo di raggiungere una immagine condivisa della città che vogliamo costruire. Fra qualche giorno pubblicherò un secondo articolo, legato a questo, che approfondirà i concetti di spazio e luogo.

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  4. Claudio70 scrive:

    Bentrovati ,non più di un anno fa la mia realtà rispecchiava a quella di uno struzzo rispettoso della vita altrui ed un mediocre senso civico della mia città ( prima non la consideravo tale), da 4 anni frequentò il trentino-alto Adige nelle mie vacanze estive , totale immersione nel senso civico ,addirittura surreale per noi,cura delle città ,cultura ,organizzazione,rispetto ,grandi lavoratori ecc ecc.
    Persone che si sentono parte della loro città , qui non è così ,cosa posso fare io? Pomezia ,Roma …non saranno mai così?
    Vedendo questi 4 matti (così li chiamavo) mentre giravano per la città a pulire muri,spiaggie,lotte per i nostri diritti ecc ecc, mi sono detto forse e l’ora di svegliarci, non posso solo criticare questa città e non fare niente,non si può guardare chi vive meglio di noi lamentandosi con sottomissione della sconfitta ,
    Ogni città ha vissuto il suo crescere con il sudore di chi ci crede, io grazie a voi con grande piacere personale ho cominciato, ognuno di noi ha una grande potenza solo dimostrando nei fatti al prossimo che ti sta di fronte.
    Scusate i per la mia non perfetta grammatica.

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    • Molti di noi Claudio siamo passati per i tuoi stessi dubbi e sconforti, ed ora siamo qui a contribuire, ognuno come può, per realizzare il grande cambiamento, ma come ho scritto nel titolo di questo articolo articolo, alla base c’è sempre la motivazione, senza la quale non si realizza niente. Le motivazioni del Movimento 5 Stelle sono tante, dal futuro dei nostri figli al bisogno di onestà e giustizia.

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  5. verfil scrive:

    Sono d’accordissimo con Paolo che la motivazione è lo spirito motrice di ogni miglioramento e aggiungerei che il miglioramento implica una presa di responsabilità proporzionalmente agli obiettivi che si vogliono raggiungere. L’unico ostacolo potrebbe essere la paura della novità perché generalmente l’abitudine dà sicurezza, in realtà, citando Esopo, “l’abitudine rende sopportabile anche le cose spaventose”. Per vincere la paura del cambiamento si deve passare dall’inerzia della teoria all’azione, è necessario dare valore alle proprie idee e avere una forte motivazione appoggiata da passione ed energia.
    E’ necessario prendere coscienza che la democrazia indiretta non è riuscita in nessun modo a rappresentare i cittadini, ma solo ad aumentare l’ambizione dei pochi a svantaggio dei molti. Dobbiamo rimpossessarci del nostro diritto di essere cittadini e di vivere la città da protagonisti e non da ospiti scomodi.

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